Cento niente uccidono l'asino.
La DGT è la più grande DG dell'UE con un bilancio che supera il miliardo di euro. Venerdì 27 novembre ha ospitato una conferenza per la presentazione dello studio sulle dimensioni del mercato europeo della traduzione, svolto da The Language Technology Centre.
Stando alle numerose fonti disponibili in Rete, a cominciare da Wikipedia, i dipendenti delle istituzioni europee lavorano 37,5 ore la settimana, e dovrebbero offrire disponibilità 24/7. Godono di almeno 24 giorni di ferie all'anno che possono arrivare a 30, in base all'anzianità, alla posizione e al paese di provenienza. Gli stipendi inferiori sono compresi tra 2.325,33 e i 2.630,96 euro al mese, i maggiori vanno da 14.822,86 a 16.094,79 euro al mese. La tassazione è su base europea, non nazionale, e varia tra l'8% e il 45%.
La funzione della DGT è di offrire la traduzione di testi scritti nelle 23 lingue ufficiali dell'Unione. Con oltre 1.750 linguisti e una produzione annua superiore a 1,8 milioni di pagine, è il più grande servizio di traduzione al mondo.
Stando ad altre fonti un traduttore freelance che lavori per la DGT percepisce dai 19.800 ai 38.500 euro annui, con una media che si aggira tra i 5 e i 13 centesimi a parola, a seconda della combinazione linguistica.
Gli stipendi del personale della DGT e i compensi ai collaboratori sono pagati con denaro pubblico. Negli anni appena trascorsi, parte del bilancio della DGT è andato a promuovere il programma dello European Master's in Translation (EMT) di cui si è parlato diciotto mesi fa.
Con l'EMT la DGT punta a definire il profilo del traduttore ideale che deve essere nel pieno possesso della propria lingua madre, della conoscenza avanzata di altre due lingue tra inglese, francese o tedesco e di un curriculum studiorum di alto livello nel quale spicchino competenze di economia, finanza, diritto, scienza e tecnica.
Purtroppo, quel profilo rischia di essere già vecchio quando i primi laureati si affacceranno sul mercato. Sembra piuttosto che si siano voluti favorire i programmi attivi presso alcune facoltà universitarie molto ben rappresentate e che sia il frutto di un lungo (datando 2006) e strapagato esercizio accademico di personaggi ben introdotti negli ambienti dell'UE.
Il profilo tracciato sembra anche rispondere a perfezione alle esigenze della DGT. Eppure, pur incrementando la quota di esternalizzazione della produzione, attualmente data al 26%, la DGT non sembrerebbe impattare fortemente sul mercato europeo della traduzione.
Come la conferenza di venerdì 27 novembre 2009, allora, anche l'EMT appare come l'ennesima astrusa iniziativa autoreferenziale che nasce obsoleta.
Certo, gli italiani sono quelli che proprio non dovrebbero esserne stupiti giacché, il giorno stesso della conferenza, il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana pubblicava un articolo di Gianni Cardinale (nomen omen) dall'eloquente titolo "La teologia non è la cenerentola dell'università". Nel corso di un convegno organizzato dalla Libera Università Maria Ss. Assunta è stato evocato il rischio di una deriva scientista nel mondo dei saperi e il rettore della LUMSA ha rivendicato, con orgoglio, di aver fatto rientrare dalla finestra quello che i legislatori laicisti e anticlericali fecero uscire dalla porta, i corsi di teologia, appunto.
Dev'essere proprio un pericoloso miscredente Pier Maria Furlan, preside della seconda Facoltà di Medicina dell'Università di Torino, che ha deciso di istituire corsi di italiano per i suoi studenti, malgrado la maggior parte degli iscritti provenga dal liceo classico.
Se i ragazzi non sanno scrivere e hanno una scarsa conoscenza del lessico italiano, però, non è colpa dei legislatori laicisti e anticlericali. Non si fermano all'italiano, infatti, le lacune, che sono molto più gravi in matematica, chimica e fisica.
Karl-Johan Lönnroth ha sostenuto, nel corso della conferenza, di aver studiato latino. È sorprendente, allora, che abbia lasciato passare una sesquipedale castroneria come "Juvenes Translatores".
Nel corso della conferenza, Lönnroth ha orgogliosamente ribadito che il bilancio della DGT corrisponde all'1% dell'intero bilancio dell'Unione, dimenticando che è speso per lo più a vantaggio delle istituzioni europee e del proprio mantenimento e che è, percentualmente, cinque volte quanto il nostro Paese stanzi per la cultura.
Non per niente, tra i commenti raccolti al termine della conferenza, ne spicca uno diffuso via Twitter: «questa gente parla come se fosse pagata a parola. Con le mie tasse?».
Due euro l'anno a cittadino, a cui, però, andrebbero sommati quelli degli altri servizi di traduzione e interpretariato delle istituzioni europee, saranno pure pochi, ma è quanto meno approssimativo proporre una cifra del genere, visto, per esempio, che non tutti i cittadini corrispondono al bilancio in ugual misura, per età, censo e Paese di appartenenza. E poi, due euro qui, cinquanta centesimi lì e le tasche si svuotano in un attimo.
In modo altrettanto grossolano, allora, si può dire che, facendo due conti semplici semplici, una pagina di traduzione prodotta dalla DGT costa all'incirca 548 euro e che la produttività media di un traduttore è di poco più di quattro pagine al giorno, molto inferiore a quella di un professionista di buon livello e di quella richiesta ai freelancer che collaborano con la DGT.
Non c'è da stupirsi, però, se, come ogni altra grande istituzione sovranazionale, la DGT è ammantata da un alone mistico: a crearlo sono gli stessi traduttori.
Secondo Ashley Grange di Plush Text Communications, per esempio, i traduttori di successo condividono una serie di tratti e di qualità comuni.
In primo luogo, sono reattivi; in secondo luogo, sono più portati risolvere problemi che alla vendita e tendono a proporsi come language partner; sono curiosi, il che li rende ricercatori per eccellenza, tenaci e inarrestabili finché non trovano ciò che cercano.
Per questo, sempre secondo Ashley Grange, i traduttori di successo si evolvono costantemente aggiornando le loro competenze e il loro modo di lavorare e restando al passo con le nuove tecnologie, e sono gli unici in grado di passare facilmente e senza soluzione di continuità da un trattato sul Parkinson a un manuale sul paracadutismo.
Ammesso sia vero, ed è più che legittimo dubitarne, siamo sicuri che siano tutte buone cose e che si possano trasmettere in un percorso di istruzione accademica?
Suonano stonati anche i vincoli imposti agli appaltatori (per esempio quello di fornire i curriculum dei collaboratori) quando non si pongono in essere i necessari controlli.
Oltre allo studio sulle dimensioni del mercato europeo della traduzione prodotto da The Language Technology Centre, alla conferenza è stato presentato anche quello di Common Sense Advisory dal quale è emerso che Francia, Germania e Regno Unito sono i paesi europei che offrono le migliori opportunità, ma anche un dato che non costituisce una novità per gli operatori di settore, cioè che la quasi assoluta totalità delle imprese agisce come rivenditore (reseller) del lavoro di freelancer, offrendosi, nel migliore dei casi, come "PM shop" e che, al contrario di quanto avviene (ovviamente?) per l'interpretario, questo è dovuto alla totale assenza di barriere, non necessariamente normative, all'ingresso.
Per i traduttori dell'UE, la DGT dovrebbe costituire un esempio da cui imparare e di cui mutuare i modelli, ma la sensazione che si percepisce, anche da eventi come la conferenza di venerdì 27 novembre 2009, è di inefficiente opulenza.
La cosa peggiore, però, è che a quella conferenza, a parte la DGT, non partecipava un solo cliente; esponenti degli organismi di rappresentanza di società e agenzie di traduzione, e perfino un docente di micro e macroeconomia, ma non un solo cliente. Eppure la DGT avrebbe il peso e l'autorevolezza necessarie a ottenere l'attenzione anche degli altri clienti. Come è possibile, allora, che a dispetto delle affermazioni degli intervenuti, si possa sperare in una rivalutazione del ruolo dei traduttori quando gli unici che potrebbero favorirla non sono presenti o almeno in linea?
Tutti i salmi finiscono in gloria e anche la conferenza si conclusa con l'autoglorificazione finale di rito; e tutti risero.
Jill Sommer non si meraviglia che le cose più sgradevoli le arrivino via ProZ. Ciò nonostante, non cancella il suo account perché, pur ritenendo che ProZ incoraggi le aste al ribasso e la deprofessionalizzazione, non rinuncia alla pubblicità gratuita che le procura.
Magari ha ragione, se è vero che quasi il 90% degli appartenenti paganti alla comunità trae beneficio dal farne parte. Anche se questa percentuale, per i non paganti, si riducesse della metà sarebbe comunque un eccellente investimento.
Ma di quali benefici si tratta?
È curioso, comunque, l'alternarsi di entusiasti e scettici della piattaforma. Di sicuro è un bell'esempio della giustezza del principio di Pareto, visto che dei numerosissimi iscritti è un'esigua minoranze, massime tra gli italiani, ad animare i forum.
Gli argomenti dibattuti sul forum italiano, poi, tradiscono un certo velleitarismo pur limitandosi, per lo più, a questioni di basso profilo. In questi giorni, per esempio, è stata lanciata una proposta di azione contro la ventilata decisione del governo di aumentare dell'1,2% l'aliquota contributiva dei parasubordinati iscritti alla gestione separata INPS.
La cosa più divertente è l'agitazione che pervade animatori e moderatori. Questi ultimi, in particolare, come accade regolarmente, non solo nel nostro disgraziato paese, dopo una prima dichiarata solidarietà con la protesta dei precedenti moderatori, dimessi dai titolari del sito, non hanno fatto mancare la loro disponibilità: un cadreghino, ancorché scomodo e di nessun prestigio, resta pur sempre una delle massime aspirazioni italiche.
Casca allora a fagiolo la riflessione proposta da Marco Santambrogio in un articolo per "il Riformista" di giovedì 19 novembre 2009, dal titolo "In Italia non si può "premiare il merito"".
La prima difficoltà consiste nell'accertamento e questa deriva, direttamente, dalla necessità di chiarire cosa si intenda per merito. Supponendo di aver stabilito cosa sia il merito si pone il problema di come riconoscerlo; serve quindi un criterio generale e oggettivo di valutazione.
Santambrogio ammette, a questo punto, che un criterio del genere non esiste e cade nell'assiomatico luogo comune secondo cui pigrizia, incompetenza e scarsa professionalità sono caratteri che inducono tipicamente a essere di manica larga.
Santambrogio conclude quindi che essere rigorosi è difficile, perché costringe a rinunciare a comportamenti tutto sommato comodi.
Al termine di un'indagine durata sei mesi, The Language Technology Centre ha prodotto un quadro riepilogativo dell'industria della traduzione nell'UE, il cui valore, al 2008, è stato stimato in 8,4 miliardi di euro. Questa somma comprende il mercato della traduzione, dell'interpretariato, della localizzazione del software e dei siti web, lo sviluppo di tecnologie e strumenti per le lingue, l'insegnamento delle lingue, la consulenza linguistica e l'organizzazione di convegni internazionali multilingue, oltre alle attività linguistiche svolte in ambiento aziendale. Il mercato della traduzione, della localizzazione e dell'interpretariato è stato stimato in 5,7 miliardi di euro, quello tecnologico in 568 milioni e quello di sottotitolazione e doppiaggio in 633 milioni; l'insegnamento delle lingue in 1,6 miliardi di euro e le attività di supporto all'organizzazione di conferenze in 143 milioni.
Il tasso di crescita annuo è stato stimato al 10% per i prossimi cinque anni, il che porta a ritenere che, nel 2015, il settore varrà approssimativamente 16,5 miliardi di euro.
Forse, allora, i calcoli effettuati da Common Sense Advisory non sono proprio azzeccatissimi. Se, nel 2008, del 1.805.000 pagine prodotte dalla DGT, il 26% è stato esternalizzato, i 2500 traduttori di Bruxelles hanno prodotto 1.336.440 pagine, pari a 534 pagine a testa, equivalenti a poco più di 2 pagine al giorno, meno di un quinto della produttività media di un professionista di buon livello, a un costo superiore di dieci volte almeno.
Un professionista che tenga alla sua reputazione, allora, non accetta di far parte di una comunità in cui si incoraggiano le aste al ribasso e la deprofessionalizzazione, così come il direttore generale di un organismo multi e sovranazionale, chiaramente poco efficiente, cerca quanto meno di evitare pezze peggiori del buco e il titolare di un insegnamento condiviso in una facoltà che si abbandona a strafalcioni evitabili potrebbe adottare per primo i criteri e i meccanismi che propugna per tutti.
Poi, però, ci si imbatte in un pover'uomo, Ministro della Repubblica, che vuole abolire la pausa pranzo e niente sembra più avere un senso; ed esce un post come questo.