Il barbaro

Barbarus hic ego sum, quia non intelligor ulli. (Ovidio)

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Utente: muzii
Nome: Luigi Muzii

Ordinato, organizzato ed efficiente per indolenza; disciplinato, ma scettico e cocciuto; educato e disponibile, ma permaloso e suscettibile e capace di reagire sgarbatamente e con irriverenza; diffidente, scontroso, difficile, critico e perennemente insoddisfatto.
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Nato come contenitore di appunti e idee ad uso personale, questo blog si propone come suggeritore di riflessioni a tema per tutti coloro che si occupano di comunicazione specializzata.
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30/10/2009

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Grazie a Bruno Ciola per la segnalazione.

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categorie: tecnologia, localizzazione
12/06/2009

In morte del TEP

Gutemberg stampa la BibbiaI primi a parlare di morte del TEP (Translation, Editing, Proofreading) furono Renato Beninatto e Don DePalma in un rapporto di Common Sense Advisory del dicembre 2007 dal titolo "The End of Localization Taylorism and the Beginning of Postmodern Translation".

A chiusura del Localization World di Berlino, Renato ha riferito via twitter che anche Paula Shannon, Chief Sales Officer e Senior Vice President di Lionbridge, si è unita al coro. Cosa dobbiamo aspettarci?

Le turbolenze seguite alla grave crisi economica che stiamo patendo hanno colpito anche l'industria dei servizi linguistici che ora attraversa una delicata fase transitoria con il passaggio ad un approccio diverso in cui le elevate competenze non sono più sufficienti e in cui oltre al fattore economico sono sempre più determinanti rapidità e precisione.

La crescita dei contenuti, della loro volatilità e della loro complessità spinge un numero crescente di aziende a investire nella traduzione automatica per farvi fronte e, per tenere il passo con l'evolversi della situazione, è necessario intervenire innanzitutto sui processi, rendendoli più agili e snelli.

La tecnologia non è di grande aiuto, da sola: occorrono nuovi modelli a partire da quelli collaborativi, secondo gli insegnamenti della Wikinomics. Alla fine, il crowdsourcing avrà la meglio.

Non è difficile capire il perché. Al cliente non interessano le tipiche discussioni fra autori, fra traduttori e fra questi e i loro revisori sulla natura e l'uso di un termine, sulla migliore opzione, sullo stile, il registro e il tono da adottare, perché non servono per una scelta consapevole.

Al cliente non interessa comprendere la profonda natura del lavoro di un autore, di un traduttore, di un terminologo, né lo sforzo necessario per cogliere le sfumature.

Al cliente interessa ricevere un prodotto conforme alle proprie richieste pagandolo il meno possibile.

Quando il cliente riconosce il giusto valore al prodotto che ha acquistato perché corrisponde a di ciò di cui aveva bisogno e che ha richiesto non fatica a individuare in quel fornitore il suo fornitore, e la soddisfazione che ne ricava beneficia entrambi.

Un cliente soddisfatto, poi, di solito ascolta volentieri un fornitore che si dimostra attento alle sue esigenze e che, come ha ricordato sempre Renato Beninatto nel corso del convegno Federcentri dello scorso anno:

  • conosce il business del cliente;
  • sa quali domande porre e le pone;
  • non offre "soluzioni";
  • ha sempre pronto un business case;
  • per ogni io/noi usa almeno tre tu/voi.

Il modo migliore, se non l'unico, per farsi ascoltare da un cliente soddisfatto e bendisposto è illustrargli i propri processi, magari facendo riferimento a modelli comuni come il CMMI.

Purtroppo, ancora oggi, i fornitori di servizi linguistici pagano per una scelta sbagliata fatta in passato per compiacere clienti impreparati e sbrigativi, quella di prezzare a parola. Il prezzo a parola trasforma il prodotto di un servizio complesso in una commodity, ma permette di effettuare un rapido, semplice e affidabile calcolo della spesa.

Del resto, come è giusto che sia, operando in ottica di profitto, qualunque acquirente si pone come obiettivo il massimo guadagno con la minima spesa.

I servizi linguistici, oggi, si accompagnano necessariamente ad altri servizi a valore aggiunto che non si possono prezzare a parola facendo assottigliare i margini di guadagno e quindi la redditività complessiva.

Questo perché gli incarichi non sono tutti uguali e non possono, né devono, essere retribuiti tutti allo stesso modo.

È altresì evidente che esiste una correlazione tra la riduzione delle tariffe, di per sé tipiche del commercio delle commodity, e il calo di soddisfazione da parte dei clienti per il livello di prestazioni atteso che, al contrario, è tipico dei servizi professionali.

Si è giunti così al paradosso di legare tanto intimamente modello di impresa e modello di pricing da farli sovrapporre mentre dovrebbero restare distinti e indipendenti.

Una possibile soluzione è prezzare il servizio a corpo in base ai requisiti e lasciare che i clienti applichino le loro metriche: prima o poi si abitueranno e comprenderanno che questo modello non è veicolo di rischio.

La difficoltà nel modificare i modelli di pricing e di impresa sta tutta nella fisionomia del mercato.

L'indice Herfindahl-Hirschman è una misura della dimensione e della concentrazione delle imprese e del grado di concorrenza in un certo mercato. Un valore modesto indica una elevata presenza di microimprese mentre valori elevati segnalano condizioni di monopolio.

Dalle rilevazioni condotte da Common Sense Advisory per la preparazione dell'elenco delle prime trenta società di traduzione del mondo, è risultato un indice estremamente basso, anche a dispetto delle numerose recenti fusioni e acquisizioni, a conferma dell'avvilente frammentazione del mercato e non è consolante sapere che anche i dati dell'ufficio statistico degli Stati Uniti davano, nel 2006, quel mercato composto per il 79,2% di imprese con meno di cinque dipendenti e per il 98.7% da imprese con meno di 100 dipendenti.

Purtroppo, però, il mercato dei servizi linguistici, globale per definizione, è regolato proprio da un manciata di aziende che ne controllano meno di un quarto.

Ha ragione, per esempio, Gianni Davico a dire che «guardare innanzitutto al prezzo può non essere la scelta migliore», ma finché i rapporti tra le parti (cliente-vendor-freelancer) saranno viziati da asimmetria informativa e negoziale, ci sarà qualcuno che potrà fare sua questa massima e qualcuno che dovrà, obtorto collo, farla sua. È altrettanto vero che molti "professionisti" non sanno negoziare e che nessuno lo insegna loro, almeno nelle sedi deputate, ma questo non costituisce scusante tanto per gli ignari quanto per coloro che ne approfittano.

Sul numero Q2 2009 di GALAxy, la newsletter GALA, nell'affrontare le best practice di risposta a una RFP (Request For Proposal, l'invito rivolto a un potenziale fornitore ad avanzare una proposta di servizio), Roman Civín di Moravia Worldwide riflette sul fatto che le gare sono uno strumento che valorizza la capacità di spesa e, quindi, la capacità negoziale di un'azienda.

Una RFP dovrebbe essere il primo passo nell'avvio di un negoziato commerciale, ma si assiste alla crescente tendenza a concentrarsi solo sugli aspetti economici.

In una gara, però, si dovrebbero prendere in considerazione tutti i parametri di una RFP che dovrebbero quindi essere univocamente misurabili, ma è impossibile ed è questa, quindi, la ragione per cui, alla fine, è sempre quello economico il parametro prevalente.

Così, le aziende si servono delle RFP per lo più solo per confrontare i prezzi e valutare i margini negoziali da sfruttare.

Davanti a simili, diffusi comportamenti viene spontaneo chiedersi che opinione queste aziende possano avere del servizio e dei fornitori, oltre che delle loro necessità.

Cambiare approccio, allora, può essere utile.

Nel numero di giugno 2009 di Multilingual, Jessica Roland propone una matrice bidimensionale per un approccio a valore. In realtà, la matrice dovrebbe essere multidimensionale giacché invece degli incroci tra tipo di contenuto e attività correlate bisognerebbe considerare quelli tra tipo di contenuto e soglia di accettazione e per ciascun incrocio prevederne un altro con un'altra matrice bidimensionale in cui al tipo di contenuto si associno le relative attività. Due tabelle tipo potrebbero più o meno essere così:

  Tipo di contenuto
Soglia di accettazione (AQL) Creativo Alta fedeltà Bassa fedeltà
Pubblicazione utente      
Pubblicazione uso interno      
Bozza      
Gisting      

Alle soglie di accettazione dovranno ovviamente corrispondere a metriche precise e univoche derivate dai requisiti di progetto dettati dal cliente.

  Tipo di contenuto
Attività Creativo Alta fedeltà Bassa fedeltà
Preparazione file      
Creazione glossari      
Revisione      
Autoria      
Impaginazione      
Manutenzione TM      
Pre-editing MT      
Post-editing MT      
Ingegnerizzazione      
Collaudo      

Lo scenario, comunque, sta cambiando rapidamente. Con un post sul blog aziendale, Google ha annunciato il rilascio del Google Translator Kit.

Il Google Translator Kit permette di trattare documenti in diversi formati (HTML, Word, RTF, OpenDocument e solo testo) caricandoli sulla piattaforma dalla propria postazione, da un URL o tramite un collegamento diretto a un articolo di Wikipedia o a una voce in Knol.

Il Google Translator Kit lavora in combinazione con Google Translate, attraverso cui opera una prima traduzione automatica che viene proposta all'utente per la revisione nello schema classico degli strumenti di traduzione: due finestre affiancate, una con il testo originale e l'altra con quello di destinazione.

Volendo, è possibile servirsi di un'eventuale memoria di traduzione pre-esistente, in formato TMX, da caricare sulla piattaforma e del motore di traduzione automatica per tradurre i segmenti privi di corrispondenza. Il servizio dispone anche di uno strumento per la gestione di glossari.

L'idea non è nuova (v. SyNTHEMA Webcat e iL10Nz), ma Google ha i mezzi per rivolgersi a un pubblico enorme, con un'autorevolezza enorme.

Certo, Google Translator Kit è disponibile solo con interfaccia utente in inglese, non permette di modificare le regole di segmentazione, non permette di effettuare ricerche di concordanze, non dispone di strumenti per il controllo ortografico e di qualità, non permette di lavorare su più di un file alla volta, non dispone di strumenti di gestione dei progetti, ma è migliorabile e, a prestar fede all'importanza che in Google danno alla traduzione, migliorerà in fretta.

Oltre al fatto di essere gratuito, al momento l'aspetto più interessante di Google Translator Kit è la notevole capacità collaborativa, che lo rende particolarmente adatto al crowdsourcing.

Google Translator Toolkit trasformerà radicalmente il mercato della traduzione permettendo a chiunque di utilizzare uno strumento di traduzione molto vicino a quelli professionali, ma assolutamente gratuito e basato su formati aperti.

In combinazione con Wave e Translation Center potrebbe diventare la più imponente piattaforma di crowdsourcing dedicata, da offrire anche in modalità SaaS. Oltre quelli segnalati sopra, restano da risolvere alcuni problemucci come il supporto a un maggior numero di formati, la protezione delle identità e degli indirizzi IP degli utenti e un efficace meccanismo di revisione e approvazione.

È probabile comunque che già nel medio, se non addirittura nel breve periodo, il Google Translator Kit induca i principali software vendor a rivedere le politiche di licenza rendendole più flessibili e magari arrivando a cederle gratis ai freelancer, per concentrarsi sull'integrazione delle piattaforme locali e remote che svolgeranno funzioni di workflow management sempre più sofisticate.

Se si dovesse verificare questa svolta, si andrebbe probabilmente incontro a una nuova ondata di fusioni e acquisizioni: le piccole imprese non avranno più capacità negoziale e anche le grandi non potranno più imporre i loro modelli.

Tutti gli scenari che si profilano, comunque, fanno intravedere un'ulteriore, in qualche caso drastica riduzione dei prezzi e dei compensi, che produrrà uno spostamento su attività più mirate come la preparazione degli ambienti di traduzione automatica, lo sviluppo e la manutenzione di linguaggi controllati, la redazione controllata, il post-editing e la manutenzione della memorie.

Rimane aperto il problema iniziale, la morte del TEP. L'affermazione delle piattaforme collaborative porrà diversi problemi, il primo dei quali riguarda il pagamento dei collaboratori e, quindi, subito prima, la prezzatura del servizio, ma soprattutto andrebbe interamente ripensata la formazione. Su questo fronte, purtroppo, il ritardo accumulato è già grave e l'inadeguatezza dei profili professionali sarà un motivo in più per la spinta a un ulteriore ribasso dei compensi.

Ma questa è tutta un'altra storia.

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categorie: tecnologia, traduzione, scrittura, mercato, localizzazione, terminologia