Il barbaro

Barbarus hic ego sum, quia non intelligor ulli. (Ovidio)

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Utente: muzii
Nome: Luigi Muzii

Ordinato, organizzato ed efficiente per indolenza; disciplinato, ma scettico e cocciuto; educato e disponibile, ma permaloso e suscettibile e capace di reagire sgarbatamente e con irriverenza; diffidente, scontroso, difficile, critico e perennemente insoddisfatto.
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Nato come contenitore di appunti e idee ad uso personale, questo blog si propone come suggeritore di riflessioni a tema per tutti coloro che si occupano di comunicazione specializzata.
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09/11/2009

Spauracchi

SpauracchiAncora una volta, Isabella Massardo si rivela preziosa fonte di utili spunti di riflessione. Quel che più la rende interessante è il fatto di non abbandonarsi alle paure ricorrenti suscitate dagli spauracchi agitati, a turno, anche con lei, dai colleghi più pavidi e retrivi.

Il crowdsourcing o, meglio, la traduzione collaborativa è ormai una realtà consolidata, ed è da sciocchi ostinarsi a opporvisi con argomenti che si dimostrano regolarmente fallaci e che, solitamente, danno solo conto del fatto che gli stessi che li propongono hanno dimenticato come hanno accolto le memorie di traduzione all'inizio degli anni '90 e come ancora le considerano quasi vent'anni dopo, salvo, ovviamente, servirsene all'occorrenza per far contento il cliente di turno anziché provare a negoziare condizioni personali basate sulle proprie convinzioni e il proprio modus operandi.

Uno degli argomenti di più facile presa, ma dei più fallaci, riguarda le questioni etiche poste dagli ambienti collaborativi, a cominciare dalla titolarità delle memorie di traduzione. Il più esposto di questi ambienti a queste critiche è il Google Translator Toolkit.

Il problema vero, però, non è lo strumento, ma la deontologia che molti traduttori non sanno nemmeno dove stia di casa, e basta dare un'occhiata proprio alle varie mailing list e ai vari forum per rendersene conto.

Una memoria di traduzione è solo un modo diverso di presentare una traduzione. Se fosse vero quanto sostengono alcuni, pur brillantemente, da un punto di vista puramente etico, nel momento in cui cede il frutto del proprio lavoro al cliente, un traduttore non dovrebbe nemmeno conservare le memorie né le traduzioni che ha prodotto per quel cliente, né tanto meno riutilizzarle, per quello e, soprattutto, per altri. Eppure questo è uno dei più modesti servizi a valore aggiunto che spesso ci si trova a fornire, non necessariamente solo a clienti inconsapevoli.

Sulla stessa base, TAUS è una scelleratezza e le sue iniziative sono disoneste perché gli aderenti potrebbero fare un uso diverso delle traduzioni acquistate e delle relative memorie da quello inizialmente previsto, sempre che quest'uso sia stato in qualche modo definito in un contratto e le memorie non siano state prodotte ex post, per allineamento.

Quanto alla qualità, è un assioma che si smonta semplicemente ricordando che, per avere un senso, la qualità deve essere misurabile, e le misure oggettive e ripetibili e basate su criteri condivisi.

Un'altra osservazione interessa l'uso che il Google Translator Toolkit, nefasto esempio di piattaforma collaborativa, farebbe dei corpora bilingue allineati, ottenuti con il lavoro di irresponsabili idioti.

Chissà quanto sanno i traduttori, anche i più brillanti neolaureati, di linguistica dei corpora e quale uso concreto sono in grado di fare dei corpora eventualmente a loro disposizione.

Tra le tante banalità, però, emergono due questioni che andrebbero affrontate con attenzione. Una riguarda i controlli che Google farebbe sulle memorie ottenute dal lavoro degli utenti del Google Translator Toolkit, soprattutto per integrità e affidabilità, l'altra la specificità dei testi in opposizione a una presunta generalità.

La prima questione rischia di essere ingannevole, giacché è difficile che Google voglia rispondere, anzi, è nel suo interesse non farlo. La seconda, invece, palesa la contraddittorietà di certe posizioni, giacché il valore di un corpus non si misura dalla sua natura, ma per la sua ricchezza.

È difficile andare contro corrente in questo settore, e non solo in Italia, dove, tuttavia, lo è più che altrove. L'industria della traduzione è terribilmente conservatrice, addirittura immobilista. In generale, se si canta fuori dal coro si è oggetto di reazioni scomposte e di giudizi affrettati. Per farsi ascoltare occorrono una forza e una capacità dirompenti che non tutti posseggono. Renato Beninatto ha questa capacità, ma ha deciso di metterla al servizio di una compagnia, prima ancora che della comunità e dell'intero settore. Il rischio a cui ha deciso, consapevolmente, di esporsi è che, col tempo, la sua credibilità possa risentirne, ma per ora sembra ancora essere l'unico in grado di suscitare un cambiamento e non solo un generico interesse.

La speranza che le voci fuori dal coro offrano comunque l'opportunità di riflettere c'è sempre, ma il conformismo che di regola emerge fa legittimamente dubitare del contrario.

Un'altra delle cose su cui si dovrebbe riflettere con attenzione è il fatto che le tecnologie che hanno cambiato e stanno cambiando la cosiddetta industria della traduzione vengono dall'esterno di essa, da quelli che dovrebbero essere i clienti. Anche questo contribuisce alla mediocre reputazione di un intero settore.

Sull'onda di queste riflessioni, Isabella Massardo ha posto una domanda cruciale: «quando è che il mestiere del traduttore ha iniziato ad essere sottovalutato? In altre parole, quando e come hanno iniziato ad andar storte le cose?».

È una domanda che non ha risposta o, almeno, non una sola. La riflessione precedente, però, aiuta. L'inizio del declino si potrebbe far risalire alla cessazione delle pubblicazioni di Language International, che corrisponde, all'incirca, al momento della diffusione pervasiva dell'informatica tra i traduttori. Fino ad allora, il lavoro del traduttore era impegnativo e perfino faticoso e, pur in presenza di un modesto apprezzamento, era remunerato in misura che è possibile definire adeguata. La rivista rappresentava eccellenze rare e offriva una prospettiva su un futuro che si poteva già intravedere. La maggior parte dei traduttori, però, lavorava ancora con strumenti molto semplici e ricerche che oggi appaiono quasi banali potevano rivelarsi un vero e proprio calvario. Quella generazione di professionisti è ancora in gran parte attiva, ma ha dovuto e deve fare i conti con situazioni con cui non è stata e talvolta dimostra ancora di non essere in grado di misurarsi.

Il calo verticale della credibilità dei traduttori si è avuto con la disponibilità dell'accesso all'Internet e con l'ingresso massiccio di neo laureati della generazione dei cosiddetti nativi digitali. Questi hanno letteralmente aggredito il mercato, talvolta puntando solo sugli elementi tecnologici come fattore distintivo, proponendo prestazioni analoghe a quelle dei professionisti affermati a costi inferiori.

Senza voler proporre una visione luddista, i sopravvissuti a questo fenomeno, i cosiddetti immigranti digitali, si sono trovati a dover sostenere la competizione non più sulla base delle competenze e dell'esperienza, ma sul piano puramente tecnologico, per il quale erano impreparati, per di più in un ambiente che andava depauperandosi.

Oggi la situazione non è diversa perché gli immigranti digitali che hanno resistito e sono rimasti sul mercato sono nuovamente in grado di reggere la concorrenza con i nativi digitali che, però, sono allevati, in gran parte, da coloro che il mercato aveva già espulso.

L'università, infatti, oggi non risponde alle esigenze degli studenti ma a quelle dei docenti. Non si propongono corsi che interessano a studenti e imprese, ma quelli che interessano ai docenti perché sono quelli che sono in grado di offrire. Questo spiega anche perché la produzione accademica italiana è un disastro.

Se l'ostile ottusità dei professionisti che dominavano il mercato verso le novità tecnologiche fosse stata invece curiosa apertura, la transizione sarebbe stata rapida e avrebbe ostacolato, se non impedito, la depauperazione del mercato da parte dei più aggressivi nativi digitali. È come se i dinosauri non si fossero estinti all'improvviso per cause esterne, ma per la comparsa di un nuovo predatore. Quelli sopravvissuti si sono dovuti necessariamente evolvere, talvolta in altro.

Purtroppo la soluzione ai problemi appena esposti passa attraverso coloro che ne sono l'origine e la causa e che, per conquistarsi il favore dell'opinione pubblica, sventolano la bandiera della libertà accademica contro l'asservimento dell'università al mercato, ovvero quella della qualità contro l'appiattimento dell'automazione.

Se la maggioranza è mediocre, come possiamo aspettarci che abbracci consensualmente la competizione e l'innovazione?

Ciò di cui ci si dovrebbe preoccupare è l'eventualità che l'immobilismo, la mancanza di trasparenza, l'ottusità, i falsi scopi finiscano con il condannare l'industria della traduzione a un coma irreversibile.


Aggiornamento

Le università italiane sono ancora tutte ben oltre la 100ª posizione nella classifica delle migliori 200 università al mondo, mentre la classifica delle migliori università italiane riserva diverse sorprese.

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categorie: tecnologia, traduzione, formazione, mercato, qualitĂ 
02/11/2009

Indifendibile Gelmini?

Presso la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell'Università di Bari sono attivi tre corsi di laurea magistrale, di cui uno in Traduzione specialistica.

Questo corso «prepara dei laureati con elevate competenze nella traduzione e nella conoscenza delle culture e dell’articolazione dei linguaggi settoriali di due lingue, oltre all’italiano. I laureati possiedono inoltre una conoscenza avanzata degli ausili informatici e telematici indispensabili nella traduzione». Il corso garantisce inoltre l'accesso alle professioni di «traduttore nell’ambito dei linguaggi specialistici (per esempio giuridico o economico) e nella saggistica» e di «redattore di testi in lingue straniere nell’editoria, nell’industria, nelle istituzioni pubbliche e private».

È legittimo che sorga qualche dubbio leggendo il programma del corso, che ruota interamente intorno alle lingue, con due soli insegnamenti "specifici", di Teoria e storia della traduzione e di Semiotica della traduzione.

Certo, ci sono gli Eventi a integrare i piani di studio, tra cui spicca la Settimana di studi "Autumn Doctoral Seminars", che comincia domani e si prolunga fino a venerdì tra conferenze sulla "Translation of Scientific Discourse" e "How do you translate 'Gemütlichkeit'? The importance of intercultural skills for the translation of culture-bound elements in travel guides", su "Translating Exile" e "Traducibilità e traduzione", "Staging History: Teaching Romantic Intersections Of Drama, History, and Gender" e "Translating Drama, Translating Poetics: The Case of Joanna Bailliee", per chiudere con "Romantic Era Periodical Writing: Authorial Identity and Global Formations".

Ce scè n'amma fa?

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categorie: traduzione, formazione