Sulla pagina del "Google Translator Toolkit Help", nel riquadro "File formats, size limits, and cost" si legge: «Google Translator Toolkit is free, but in the future, we plan to charge users whose translations exceed high-volume thresholds» che, in italiano, la traduzione automatica rende come: «Google Translator Toolkit è gratuito, ma in futuro, abbiamo in programma di pagare gli utenti le cui traduzioni superano le soglie di volumi elevati».
Non c'è migliore prova della pericolosità della traduzione automatica affidata a mani meno che esperte.
In Google infatti si pensa di far pagare, prima o poi, gli utenti che, nel servirsi del Translator Toolkit, superino certi volumi. Già adesso Google Translate rifiuta di elaborare lotti superiori all'incirca alle 250 parole.
Google resta il campione del freemium. Per il momento si ripaga cannibalizzando i dati degli utenti e quando questi cesseranno di rivestire interesse, per un'infinità di ragioni possibili, sarà necessario pagare per utilizzare un servizio che, a quel punto, avrà magari caratteristiche di alto livello e che, per questo, continuerà ad essere conveniente.
È difficile, tuttavia, che Google possa passare a un modello commerciale da un momento all'altro. Il messaggio di cui sopra sembra essere piuttosto una dichiarazione di intenti, anche per far capire che l'interesse per il settore è tanto alto da volersi impegnare nella realizzazione di una piattaforma (para)professionale.
Attualmente, infatti, Google non è ancora in grado di contrastare i principali prodotti commerciali di traduzione automatica che offrono generalmente risultati migliori con appena un minimo di personalizzazione.
Ma se Google Translate è rivolto all'utente medio, è uno strumento, come si dice, generalista, il GTTk è chiaramente rivolto a un pubblico di professionisti e semi-professionisti ai quali non si può chiedere di pagare per una bozza di modesto valore.
La questione, allora, non è se il GTTk possa rimanere gratuito o meno, ma che il motore su cui si basa ha bisogno di dati: più ne ha, meglio è, ma per chi? I dati di cui ha bisogno sono le memorie di traduzione e i glossari, i cosiddetti asset che sono i traduttori a produrre e che hanno un valore finché a servirsene è qualcuno che sa come sfruttarli. La questione, quindi, si riassume così: cosa siamo disposti a offrire perché ci sia offerto uno strumento che possiamo usare ovunque, che non ci vincola a una licenza e a un fornitore e che, al limite, possiamo pagare solo quando decidiamo di servircene?
Ha ragione chi sostiene che le parole oggi più di moda, da "aperto" a "community", da "condiviso" a "sociale" sono illusorie, ma non lo sono più delle tante altre spese da organismi familisti che vorrebbero essere, appunto, comunità aperte e propongono la condivisione onerosa dei dati i cui benefici restano una promessa tutta da mantenere.
Lionbridge ha anticipato Google con il Translation Workspace: vogliamo scommettere sul vincente?
C'è ancora un'ampia scollatura tra clienti, vendor e freelancer. Orientarsi nel settore, per chiunque provenga da altri settori, e anche per i tanti malati di immobilismo, è sempre più complicato.
Per molti clienti, anche quelli più addentro, le tecnologie, in particolare quelle gestionali, servono a ridurre i costi di transazione, come se fossero variabili indipendenti, mentre spesso sfuggono anche i meccanismi della loro formazione.