Il barbaro

Barbarus hic ego sum, quia non intelligor ulli. (Ovidio)

Chi sono

Utente: muzii
Nome: Luigi Muzii

Ordinato, organizzato ed efficiente per indolenza; disciplinato, ma scettico e cocciuto; educato e disponibile, ma permaloso e suscettibile e capace di reagire sgarbatamente e con irriverenza; diffidente, scontroso, difficile, critico e perennemente insoddisfatto.
______________________________

Nato come contenitore di appunti e idee ad uso personale, questo blog si propone come suggeritore di riflessioni a tema per tutti coloro che si occupano di comunicazione specializzata.
______________________________

Sono graditi tutti i commenti, ma per lasciarne è necessario autenticarsi.

Azioni

Atom
RSS
Iscriviti

30/06/2009

Non solo rugby, oro e diamanti

Il video di "I call your name", di Johnny Clegg & Savuka, da "Shadow Man" (1988)

Inserito da: muzii | permalink | commenti
categorie: pausa
26/06/2009

Ad maiorem gloriam

Risultati sondaggio LinkedInDi recente, TAUS Data Association ha condotto una valutazione sulla capacità di riuso del materiale tradotto con grandi memorie di traduzione condivise e provenienti da fonti diverse.

Lo studio è stato condotto presso il Centre for Translation Studies dell'Università di Leeds e dimostrerebbe che un'impresa che non disponesse ancora di memorie di traduzione, confrontando i propri testi con le memorie di traduzione di altre aziende del suo stesso comparto, può sfruttare fino al 16% di corrispondenze tra l'80% e il 100%.

Un'azienda che, invece, disponesse di proprie memorie di traduzione potrebbe arrivare a individuare le stesse corrispondenze nelle memorie di altre aziende dello stesso comparto in oltre il 50% dei segmenti.

Lo studio non fornisce una misura concreta della produttività, ma costituisce un importante punto di riferimento per TAUS Data Association e i suoi membri riguardo i potenziali vantaggi offerti dalla condivisione dei dati linguistici.

Questa, però, potrebbe essere sfruttata al meglio in un vero ambiente collaborativo, con benefici anche per l'impiego della traduzione automatica.

Bisognerebbe, altresì, prestare più attenzione alla percezione indotta negli utenti non professionali. L'accesso gratuito alla traduzione automatica, per esempio, ha rigenerato l'illusione che le competenze linguistiche non sono più necessarie, quando l'uso malaccorto della traduzione automatica può rivelarsi controproducente.

Ancorché ingannevoli e noti per esserlo, questi fenomeni si ripetono regolarmente, con i medesimi effetti. Adesso è la volta del crowdsourcing.

L'approccio utilizzato da Facebook ha, infatti, fatto proseliti, ma nel caso dell'originale sembrava molto più solido di quello degli epigoni.

La localizzazione di Facebook è stata condotta sulla base di un piano di lavoro molto preciso che prevedeva innanzitutto lo sviluppo di un'applicazione web specifica, al quale sono state destinate ingenti risorse, quindi la messa a punto di un glossario di ambiente.

La localizzazione, poi, è stata avviata a partire dalla traduzione delle stringhe per passare ai messaggi di errore e, infine, alle nuove funzionalità.

Non va trascurato, inoltre, l'introduzione di un meccanismo di votazione delle varie traduzioni per decidere quale adottare, e un altro per il controllo di coerenza.

Insomma, il progetto è stato condotto in maniera decisamente professionale.

Non c'è da sorprendersi, allora, che anche LinkedIn voglia seguire la stessa strada. Semmai è irritante, come alcuni commentatori hanno fatto notare, il modo in cui ha voluto proporre l'idea ai suoi utenti.

Attraverso il blog ufficiale, Nico Posner, responsabile internazionale di LinkedIn, ha riferito che il famigerato questionario di LinkedIn ha raccolto, comunque, migliaia di risposte, a dimostrazione di un effettivo interesse per la piattaforma e la sua localizzazione, oltre che di una generale disponibilità a contribuirvi.

Stando ai risultati, solo una minoranza ha optato per "Other", indicando, però, generalmente, il desiderio di essere remunerati.

Delle 12.000 risposte, "solo" il 49,5% è venuto da traduttori e, nel complesso, i risultati sono stati abbastanza omogenei, anche se i traduttori professionisti si sono mostrati più interessati degli altri a un riconoscimento esplicito nel proprio profilo.

Quello comunque, che, specie nei commenti più ostili, sembra sfuggire ai più, è che solitamente il contenimento dei costi non è la motivazione principale nel ricorso al crowdsourcing e alla traduzione collaborativa. Lo sono la rapidità, tramite l'abbreviazione del processo, la qualità, attraverso il coinvolgimento di un gran numero di utenti che rivedono e migliorano costantemente il lavoro di tutti, e la fidelizzazione dei collaboratori tramite l'adesione a una comunità.

L'idea che esperti e utenti, in quanto detentori del sapere specifico, siano i migliori garanti della qualità non è nuova, ma si è spesso rivelata illusoria e le aziende che confidano ciecamente in essa al solo scopo di risparmiare sono destinate a restare amaramente e salatamente deluse.

Il crowdsourcing, infatti, non si presta ad applicazioni universali, presentando concreti benefici solo con alcuni progetti molto ben definiti.

Nel caso della localizzazione, per esempio, può rivelarsi efficace laddove è essenziale l'uso di varianti locali o l'adozione di un particolare registro comunicativo, noto, appunto, agli esperti e agli utenti, ma estraneo agli altri.

Inoltre, per quanti riconoscono valido il principio, ormai generalmente accettato, per cui è il cliente l'unico giudice della qualità di un prodotto, in quanto destinatari di esso, e quindi giudici a loro volta, gli utenti possono garantire meglio di altri la qualità come espressione del loro gradimento, oltre che del soddisfacimento dei requisiti.

In quest'ottica, il ricorso al crowdsourcing e alla traduzione collaborativa non può che essere ristretto a piccole unità informative, e gli utenti, come è avvenuto in Facebook, devono poter votare a favore o contro una determinata scelta, che sanno comunque operata da loro pari, perché così si accresce il loro senso di partecipazione e l'opportunità di incidere sul risultato finale.

Come sempre il caso Facebook ha dimostrato, anche un progetto in crowdsourcing presenta costi organizzativi, tecnologici e di gestione e richiede competenze specifiche; non per niente l'idea è nata proprio per raggiungere le migliori competenze in un determinato settore in modo da ottenere i migliori risultati.

Proprio nel caso di Facebook, la realizzazione della piattaforma collaborativa ha richiesto notevoli investimenti dei quali, al momento, è ancora incerta la redditività. Si è calcolato, inoltre, che l'interfaccia utente di Facebook contasse oltre 100.000 parole. Un approccio tradizionale avrebbe richiesto settimane solo per la selezione dei collaboratori, con oneri, anche in questo caso, evidenti.

Il denaro, quindi, per una volta, non è il principale volano e l'azienda che punta al coinvolgimento degli utenti con la sola prospettiva di fare un affare, contando sulla gratuità della prestazione si espone a un rischio non da poco.

Ciò non toglie che un'azienda che produca utili e che intenda offrirsi al mercato internazionale sia giustificata nel ritenere degna di investimenti una parte del progetto a spese di un'altra, esprimendo così implicitamente un giudizio che è legittimo considerare quanto meno irritante.

Una visione internazionale richiede, infatti, un'attenzione e una sensibilità particolari nei confronti degli aspetti linguistici, e Plaxo, per esempio, ha deciso di affidare la traduzione dei testi di natura legale e di marketing a professionisti reclutati nel modo tradizionale, pur sottoponendo il risultato alla community per verificarne il gradimento e la rispondenza alla cultura dei diversi gruppi di utenti.

Le aziende che pensano di ricorrere al crowdsourcing e alla traduzione collaborativa dovrebbero, quindi, prestare molta attenzione nel comunicare il rilievo dato alle competenze e alle capacità professionali e attenersi a due principi di massima, alternativi:

  1. reclutare non professionisti tra gli utenti del locale di destinazione;
  2. nel rivolgersi a professionisti, mettere in conto un certo scetticismo verso questo tipo di approccio e, di conseguenza, una scarsa esperienza e non fare affidamento sulla possibilità di ottenere prestazioni gratuite.

Perciò, crowdsourcing e traduzione collaborativa non costituiscono una minaccia per il settore, al pari della traduzione automatica, ma solo un'altra metodologia di lavoro, forse nuova, ma nemmeno poi tanto.

Bisognerebbe irritarsi di più per certi articoli che suonano come vere e proprie marchette, per giunta da poco, e fanno più danni di un questionario mal presentato, specie se a dar loro spazio è un organo ritenuto autorevole.

Inserito da: muzii | permalink | commenti
categorie: tecnologia, traduzione, mercato