Dalla ricerca "Beggars at the Globalization Banquet" pubblicata a fine 2002 da Common Sense Advisory risultava che il mercato GILT mondiale era pari, in valore, a quello della bicicletta.
I lettori che pensano che le ricerche di Common Sense Advisory siano "silly and stupid" o che sono ancora convinti che il "mercato della traduzione" non appartenga al "settore GILT", ovvero che quest'ultimo abbia addirittura "sottratto molto lavoro" al primo, faranno meglio a non continuare nella lettura.
Nella sezione Economia, il Corriere della Sera di mercoledì 29 aprile prefigura un futuro di piccoli studi per gli avvocati, che sono sempre di più e sempre più scontenti.
Lo scontento nascerebbe dall'aumento verticale nel numero dei professionisti registratosi in Italia negli ultimi anni, che ha portato il Paese a occupare il terzo posto in Europa dietro al Liechtenstein e alla Spagna.
Dando per buoni i dati nell'articolo, il malcontento è conseguenza dell'aumentata offerta che ha prodotto una riduzione delle parcelle, un presunto scadimento della professionalità e un grave declino del prestigio sociale. La soluzione sarebbe stata individuata nella riduzione delle dimensioni degli studi professionali e in una maggiore specializzazione. Moltissimi, inoltre, vedono con favore l'imposizione di ulteriori barriere all'ingresso a cominciare dal numero chiuso nelle facoltà di giurisprudenza passando per un sistema di certificazione della professione.
Come dire che, in tempi di crisi, anche i settori che si percepiscono come privilegiati cedono alle pulsioni protezionistiche e solo una minoranza, ancorché cospicua, resta ancorata a principi di liberalità.
Come in molti altri settori, il problema maggiore posto alla clientela da questa tendenza, sarà la scelta. Sono sicuramente pochi, infatti, i clienti in grado di confrontare i vari studi; molti continueranno ad affidarsi ai consigli di un altro professionista o di un amico.
Tutto dipenderà, però, dal volume di affari. È vero che le prestazioni "in nero" saranno sempre un paracadute, ma uno studio comporta spese che possono essere insostenibili per un professionista.
Difficile, allora, credere alla favola sulla "capacità di non guardare solo agli aspetti monetari".
Come una favola appare, a occhi distaccati, anche il successo dei prodotti cosiddetti biologici, spesso distribuiti in confezioni tutt'altro che rispettose dell'ambiente a prezzi ingiustificati e con scarsissima trasparenza riguardo la loro effettiva natura.
La panificazione abusiva è, invece, fenomeno preoccupante mentre quella artigianale non ha favorito il contrasto delle speculazioni né costretto in un angolo la produzione industriale che, anzi, appare rafforzata.
La categoria degli artigiani, infine, dovrebbe comprendere anche idraulici, meccanici, carrozzieri, gommisti, imbianchini, calzolai, falegnami dai quali è pressoché impossibile ottenere lavori, come si dice, "a regola d'arte", dovendo inoltre subire spesso autentici salassi senza nemmeno il conforto di una ricevuta fiscale, comunque non fiscalizzabile. Per diversi di essi, poi, si tratta di occupazioni di ritorno o secondarie; per altri come carrozzieri, meccanici e gommisti, date le spese di esercizio talvolta non indifferenti, si tratta di attività di famiglia.
Insomma, piccolo può essere bello? Forse, se ci si accontenta, ma di sicuro non è necessariamente sinonimo di qualità.
In ogni caso, qualità è una parola semplice che nasconde un concetto complesso e al contempo vago, evasivo e sfuggente su cui è di fatto impossibile giungere a una definizione precisa, inequivocabile e univoca. Per i traduttori è una sorta di mantra: non ce n'è uno che non sia pronto a giurare di offrire qualità, rigorosamente alta.
Come per ingegneri e architetti (v. il caso dell'Aquila), invece, la qualità non è implicita né garantita a priori, né lo è per gli avvocati che sognano le boutique legali specializzate.
Le attività di nicchia, e di tendenza, possono rendere, naturalmente, come nel caso delle enoteche dove un bicchiere di Barolo o di Brunello può costare quanto una bottiglia acquistata in un ipermercato, senza peraltro la certezza proprio della qualità, intesa, nello specifico come provenienza, annata, mescita ecc. Inutile aggiungere che occorre un palato allenato per apprezzare la differenza tra un Barolo e un Grignolino, un Brunello e un Montepulciano, un Merlot e un Cabernet e, per ciascuno, tra le varie annate. Che significa, poi, per un vino, sapere di tappo?
Da dove vengono gli imbianchini improvvisatori, i carrozzieri trascurati, i meccanici incompetenti, i calzolai pasticcioni, gli idraulici faciloni, i gommisti maldestri, i calzolai grossolani, i falegnami arruffoni?
Non ci sono, però, solo gli acclamati artigiani, categoria cui senz'altro non appartengono i traduttori. Da dove vengono gli avvocati e gli ingegneri superficiali?
Niente prolissità, ampollosità e verbosità allora, e per essere chiari niente acronym dropping, slogan dropping e name-dropping (con o senza hyphen). Per essere concisi (sintetici potrebbe richiamare la plastica), la "polverizzazione" non fa bene a nessuna attività economica, sempre che la traduzione e le altre attività del "settore GILT" lo siano.
Le lunghe filiere produttiva e distributiva servono solo a produrre un ingiustificato aumento dei costi e dei prezzi al consumo e un calo dei prezzi alla produzione, come ha dimostrato proprio l'esperienza del mercato alimentare.
Visto quanto moltissimi traduttori accettano di venire e vengono pagati, è difficile pensare che dispongano delle risorse economiche e tecnologiche oltre che del tempo per effettuare gli investimenti in aggiornamento e formazione necessari a restare competitivi.
Del resto, l'esperienza del Gruppo L10N è stata infelice proprio a causa dell'indifferenza dei cosiddetti "imprenditori" e dei cosiddetti "professionisti". È possibile che le iniziative prodotte non fossero interessanti, ma non sembra che altre abbiano riscosso miglior successo.
Forse, anche in questo caso, non è la qualità a fare la differenza, ma ancora una volta, come sempre, il prezzo.
Se, poi, oltre che credere alla favola sulla "capacità di non guardare solo agli aspetti monetari" si preferisce pure guardare ai "fringe benefit" si rischia di perdere di vista il core business o di apparire come degli sciocchi snob.
In questo lavoro, purtroppo, l'eccellenza è quasi invisibile mentre è facile gridare all'orrore, e non è onesto offrire ai giovani una rappresentazione parziale, se non falsata e ingannevole del settore, che li illuda del contrario.
La qualità è nei processi, non nelle dimensioni: sono i processi a determinare la produttività che, a sua volta, determina la competitività. Non importa quanto si è grandi, o piccoli, specializzati, o versatili; nelle sue attività, ciascuno di noi si conduce attraverso processi e per ottimizzare i propri processi e trarne il massimo bisogna conoscerli, esserne consapevoli.
Insieme a fare il miglior uso possibile della tecnologia disponibile, è questo che dobbiamo insegnare, sulla base della nostra esperienza, nient'altro. Il resto sono chiacchiere.
Rivedere dopo trentaquattro anni una città in cui si è stati in vacanza da ragazzi con i propri genitori è quasi come vederla per la prima volta, ma l'impressione che Budapest lasciava ai suoi visitatori anche ai tempi bui del regime comunista rimane inalterata.
Malgrado il temperato "comunismo gulasch", negli anni settanta pochi avrebbero scommesso sul collasso del blocco sovietico, anche a distanza di due o tre lustri, che pure cominciò proprio dall'Ungheria, che per prima, nell'agosto del 1989, smantellò la cortina di ferro, avviando così l'esodo di migliaia di tedeschi dell'est.
Budapest è ancora una città incantevole, imponente e vitale. Oggi appare come un grande cantiere che testimonia il desiderio di recuperare la signorilità del passato imperiale e il definitivo superamento di un'evidente decadenza dovuta alle difficoltà di tenere il passo con le economie di tradizione capitalista.
Girando per la città i contrasti sono drammaticamente lampanti. Se trentaquattro anni fa l'arretratezza economica e sociale era palpabile, ma generale, oggi è stridente il divario tra le classi sociali.
La sensazione che si percepisce, comunque, è quella di una società ancora incerta, che non ha smaltito i retaggi del vecchio regime e non è ancora pienamente inserita nel tempo corrente. Il traffico intenso è indice della vitalità della città, ma la coesistenza nel parco circolante di vecchie Skoda, diverse Lada e anche qualche Trabant dice che non bastano un po' di Mercedes e BMW per fare benessere. Così, convivono beatamente tante vecchie cabine telefoniche e cellulari, filobus, tram e metropolitana.
In tutto questo, memoQfest è stata una piacevolissima sorpresa. Malgrado la sede prescelta non fosse tecnologicamente attrezzata al meglio, i ragazzi di Kilgray hanno curato minuziosamente l'organizzazione colmando brillantemente le lacune.
Kilgray è un'azienda giovane e in crescita che fa dell'indipendenza, tecnologica ed economica, il suo punto di forza.
La cosa più elettrizzante è stata l'elevato numero di partecipanti all'evento, tutti manifestanti un autentico entusiasmo, già raro ormai per un prodotto software e ancor più raro per uno strumento di supporto alla traduzione che fatica ad emergere in un panorama affollato ma generalmente deludente, in cui a guidare il mercato sono i grandi clienti ed è quindi relativamente facile per le aziende produttrici dominanti averla vinta sulle altre.
Così, indipendenza sembra una parola da poco e invece è una parola chiave.
A Budapest, memoQ è emerso pienamente come un avanzatissimo strumento di traduzione, con funzionalità non limitate alla traduzione visuale della documentazione. La versione 3.5 già in commercio, per esempio, permette la localizzazione visuale dei file RESX, e la versione 4.0, che è prevista per l'autunno, supporterà altri formati XML, a cominciare, forse, da XLIFF.
Per il momento, memoQ è provvisto di un filtro anche per Star Transit, uno per PowerPoint 2007 e di funzioni di anteprima per i documenti XML.
A Budapest, poi, Balázs Kis ha fornito un'illuminante illustrazione della principale novità di memoQ 3.5, l'LSC o "Longest Substring Concordance", per automatizzare le ricerche di concordanze, visualizzando le espressioni che appaiono più di frequente. Una sorta di glossario esteso... E un modo diverso di intendere le memorie di traduzione.
Balázs Kis ha anche offerto un'interessante panoramica del nuovo TM Repository che promette di essere un punto di svolta nella gestione centralizzata delle memorie con l'ottimizzazione dei leverage attraverso metadata per il recupero solo dei segmenti di effettivo interesse. La tecnologia è ancora in fase beta e richiede qualche aggiustamento per favorire l'approccio metodologico, ma è estremamente interessante.
Un'altra interessante novità è lo schema di licenza. Adesso è possibile utilizzare il cosiddetto mobile licensing che permette di assegnare temporaneamente una o più licenze tra quelle acquistate a un utente o a un gruppo di utenti.
Kilgray è un'azienda molto, molto promettente e, nel corso dell'evento di Budapest, si è mostrata apertissima alle sollecitazioni degli utenti, ai suggerimenti e alle novità e concretamente interessata allo scambio di idee.
Nel corso dei lavori, per esempio, è stata posta da diversi partecipanti la necessità di dotare memoQ di uno strumento per l'estrazione terminologica. Balázs Kis ha esposto le difficoltà poste dall'ungherese, e ha detto che Kilgray è da tempo al lavoro su una possibile soluzione, ma che non sa indicare quando potrà essere disponibile.
Ha comunque precisato che, nel rispetto di quanto fatto fin qui, sarà sempre rispettosa degli standard aperti, ricordando l'impegno di Kilgray in questa direzione, il che, in un settore che presenta un notevole eccesso di proprietarietà, non può che essere considerato con favore.
Insomma, memoQfest è stato davvero un grande evento: le relazioni presentate sono state in grandissima parte interessanti e utili, da quella di Jost Zetzsche sulle prospettive nel settore delle tecnologie per la traduzione, a quello di Madeleine Lenker sull'uso di memoQ anche come strumento di localizzazione e a quello di Eduardo Chacón sull'uso che un LSP può fare di memoQ con i suoi collaboratori.
È stato un peccato aver perso il workshop sull'uso delle espressioni regolari in memoQ, ma le indicazioni emerse nella discussione che è seguita alla relazione di Madeleine Lenker sono state sufficienti per ipotizzarne l'uso anche, per esempio, con file property Java.
Un resoconto delle due giornate di memoQfest si può trovare anche sul blog di Kevin Lossner.