Nel 1961, Rosser Reeves, pioniere della pubblicità televisiva, pubblicò Reality in Advertising in cui formulò la teoria della Unique Selling Proposition, sostenendo che è inutile e controproducente enumerare i molti vantaggi legati all'acquisto di un prodotto, il consumatore non li ricorderebbe.
Il comportamento più efficace da adottare nella strategia di posizionamento consiste allora nel promuovere una sola immagine, di facile presa, che renda il proprio prodotto unico nella sua categoria e resti bene a mente, rendendo il prodotto perfettamente riconoscibile agli occhi dei potenziali acquirenti, soprattutto in casi in cui il mercato sia caratterizzato da consistente affollamento.
Da allora, la unique selling proposition è diventata il primo comandamento della pubblicità, ma oggi se ne comincia a prevedere la fine.
La unique selling proposition, infatti, presenta un difetto: l'offerta deve essere esclusiva e non proponibile da altri concorrenti, in modo da risultare così forte da attirare nuovi consumatori e fidelizzare quelli acquisiti.
Nell'industria GILT, invece, la proposizione di vendita più adottata sembra essere sempre quella relativa alla qualità. Ma se tutti vendono prodotti di qualità, dov'è la differenza? La qualità dovrebbe essere una condizione di esistenza nel mercato non una proposizione di vendita.
Ciò che accade nel caso di un fornitore di servizi di traduzione è che, nel migliore dei casi, promuove qualità, tecnologia, continuità in un settore specifico ecc. su cui ha molto investito senza tenere in giusta considerazione il fatto che i suoi concorrenti hanno come minimo optato per le sue stesse strategie. Questo tipo di miopia si fonda sul presupposto che gli acquirenti non solo apprezzino i prodotti realizzati, ma ne sappiano valutare la qualità.
Malgrado tutti gli sforzi che un fornitore può compiere nella direzione della qualità, alla fine, tutto quello che interessa ai clienti è spendere il meno possibile. Perché quindi i clienti dei servizi di traduzione dovrebbero far eccezione?
Quanto detto è valido soprattutto se i clienti di un servizio ritengono che si tratti di un lavoro che avrebbero potuto fare a meno di affidare ad altri, come nel caso di una traduzione che, nella maggior parte dei casi, è vista come un costo (superfluo) e non un investimento.1
La European School of Translation nasce così zoppa, anche se a promuoverla è un dinamico ed esperto professionista con l'appoggio di altri professionisti e coadiuvato da giovani dal brillante curriculum. L'insistenza sulla qualità, infatti, è utile ad accattivarsi le simpatie dei colleghi, ma terribilmente fuori sintonia rispetto ai tempi e agli umori di un mercato che guarda ad altro e della qualità ha un concetto del tutto diverso.
Tra le prime proposte, infatti, la European School of Translation presenta un webcast intorno a un incontro con Mirko Silvestrini, presidente di Feder.Cen.Tr.I. sulla della norma UNI EN 15038.
Pur non avendo seguito l'iter di sviluppo della norma, Mirko Silvestrini ne è divenuto un profondo conoscitore e capace divulgatore: negli ultimi anni si è molto adoperato per testimoniarne la validità e ha fatto certificare la sua azienda.
Al termine del webcast, però, si ha la sensazione che gli ospiti abbiano una percezione diversa del concetto di qualità espresso dalla norma e dello stato dell'arte nella materia.
Peccato.
Per il 16 maggio 2009, la sezione Emilia Romagna dell'AITI organizza un seminario riservato esclusivamente ai soci AITI dal titolo "Verso una cultura di management dei servizi professionali - La qualità dei servizi di traduzione e di interpretariato", docente il professor Gian Luca Marzocchi, ordinario di economia e gestione delle imprese presso la facoltà di scienze statistiche dell'università di Bologna, dove è titolare dei corsi di economia e gestione delle imprese, comportamento del consumatore, marketing, valutazione della qualità dei servizi.
Si tratta di una lodevole iniziativa e c'è da augurarsi che gli organizzatori siano costretti a replicare a causa del gran numero di richieste di partecipazione. Il professor Marzocchi parlerà di qualità, sì, ma in funzione della customer satisfaction, intesa, cioè, in senso moderno, come capacità di rispondere a una pluralità di bisogni.
Per molti "professionisti", compresi quelli della European School of Translation, vista l'idea che trasmettono di avere della qualità, questa prevede la (ri)progettazione del servizio, ed è un peccato che il professor Marzocchi abbia previsto di affrontare questo tema proprio in coda al seminario.
Magari gli otto argomenti che lo precedono saranno trattati ed esauriti rapidamente e il resto dell'evento sarà dedicato solo all'ultimo.
Del resto, di qualità in quest'ottica si parla da tempo, ormai, anche nell'industria GILT, notoriamente estremamente conservatrice. In Italia ne parlò per prima proprio l'AITI, la cui sezione Lazio organizzò, nel maggio del 1993, un convegno sul tema.
All'epoca, una valente professionista commentò l'evento lamentando che, in fondo, l'assicurazione della qualità si risolveva esclusivamente in un'ossessiva attenzione ai processi, più precisamente in un estenuante ciclo di revisioni.
Il mercato dei servizi GILT è già saturo e l'USP ha ormai perso qualsiasi significato. È ancora possibile, quindi, individuare una caratteristica unica? Come si può emergere quando tutt'intorno tutti offrono le stesse caratteristiche? Su cosa puntare per differenziarsi?
Nell'industria GILT, la "Unique Emotional Proposition" o la "Unique Spiritual Proposition" non possono funzionare, perché l'acquirente non è "sensibile".
In un certo senso, entrambe sono alla base del successo dei social network in cui è il riconoscimento nella community a spingere all'adesione e alla partecipazione, anche se poi, nel pieno rispetto del principio di Pareto e della "regola dell'1%" o "1:10:89", uno solo contribuisce attivamente con i suoi contenuti, 10 fanno il minimo indispensabile e 89 stanno a guardare.
Quelli di ProZ devono averlo capito. Dopo la recente, discussa riorganizzazione, adesso è il turno del tracciamento, con l'obiettivo di incentivare la partecipazione produttiva, specie dei membri più anziani ed esperti, che serva da stimolo a nuove adesioni.
Isabella Massardo segnala che il tema del prossimo congresso nazionale dei traduttori olandesi che si terrà a giugno sarà "le traduzioni saranno mai gratuite?"
Nell'arco del prossimo ventennio, o forse meno, i prezzi delle traduzioni si azzereranno perché la commodificazione si sarà definitivamente affermata. Come per il latte e gli altri prodotti agricoli, i prezzi alla produzione costituiranno solo una frazione ridotta di quelli al consumo e il mercato sarà dominato dai grandi operatori che si serviranno sempre di più di manodopera a basso costo. Le filiere si allungheranno ulteriormente e gli investimenti si ridurranno, e saranno sempre più condizionati dalle scelte dei big player.
Più che mai, elusione ed evasione fiscale saranno facili strumenti di mantenimento dei profitti, ma anche di alterazione letale del mercato.
Nel numero 1097 del venerdì di Repubblica del 27 marzo 2009, a pagina 15, scrive Curzio Maltese: "Un commerciante di Padova mi spiegava: «Dal giorno stesso in cui Berlusconi ha vinto, qui tutti hanno smesso di fare fatture, artigiani, commercianti e imprenditori. L'anticomunismo, la Chiesa, perfino le tv non c'entrano. Hanno votato il Berlusca per paura che Prodi mandasse la finanza». Gli evasori italiani hanno una particolarità grottesca: sono moralisti. Detestano la politica perché è corrotta e incapace, hanno fatto la fila nelle librerie per comprare La casta. Indignati dal ceto politico che costa al Paese tre miliardi di euro l'anno quando loro, la vera casta, ne costano trecento".
1 Contributo di Monica Colasante.
Alcuni sono incapaci di articolare un pensiero mettendo tre parole in croce, e si sentono offesi dall'opinione altrui, dopo averla distorta.
Non varrebbe nemmeno la pena dedicare loro qualche minuto del proprio tempo per illustrare il proprio pensiero: ricordano tanto Caio Gregorio, er guardiano der Pretorio.
Costoro non sono interessati a sentire o leggere altro che non li conforti nelle loro opinioni. Si scelgono un guru e ne propugnano il pensiero, e se il guru si è autoproclamato tale, magari in dissonanza con una corrente dominante, meglio.
Il guru, specie se autoproclamatosi tale, chiede ai suoi discepoli adesione totale e indiscussa alle sue teorie e alla sua scuola; per questo non gli interessa essere autorevole, giacché la sua autorevolezza proviene dai suoi stessi discepoli, non dal riconoscimento di altri appartenenti a una comunità di guru. Una comunità di guru è, infatti, una sorta di ossimoro, predicando un guru, per definizione, una verità assoluta e incontrovertibile.
L'anonimato o il semianonimato per il guru è conveniente perché gli permette di sottrarsi al confronto con altri guru o personaggi autorevoli che, per le loro capacità e il loro carisma, potrebbero metterne in discussione i principi. Siccome li teme, preferisce allora denigrare, se non diffamare, i contestatori, sottilmente, lasciando che siano poi i discepoli a finire il "lavoro".
Il 23 maggio del 2008, Beppe Severgnini commentò un post di Isabella Massardo del 20 maggio 2008 con la stizza tipica dei primi della classe colti in fallo lamentando, a torto, che l'accusa di reticenza gli fosse stata rivolta anonimamente.
Isabella Massardo dimostrò rara signorilità, ma non riuscì a nascondere di essersela giustamente presa.
Coloro che, come me, sono in Rete dai tempi in cui i modem erano rigorosamente analogici e andavano a 1200 bps, di FidoNet, di quando il Web cominciava dalla pagina indice sul sito del CERN e si usava Mosaic sanno che l'Internet è tecnicamente anonima: ad essere identificate, univocamente, sono le risorse, non gli utenti.
La Rete deve restare aperta, ma l'analisi del traffico è una realtà che dura ormai da anni, al punto da spingere alcuni a sviluppare strumenti che impediscano di rilevare i comportamenti degli utenti.
Lo sviluppo di strumenti di profilazione a scopi commerciali, è andato di pari passo con i tentativi di sorveglianza della Rete volti a limitare le libertà individuali. In nome della sicurezza, si rinnovano ogni giorno i progetti di regolamentazione della Rete, che sfociano nelle tipiche crociate alla Carlucci-Barbareschi-D'Alia.
Non ho niente, quindi, contro l'anonimato in sé, anzi, ma sono contro l'uso dell'anonimato per sottrarsi alle proprie responsabilità. Una cosa è desiderare di restare anonimi per poter leggere, studiare, ascoltare musica, vedere un film, un'altra è pubblicare opinioni e informazioni.
Siamo talmente abituati alle libertà civili da considerarle acquisite ed essere tentati di abusarne. È vero che la sola esistenza del diritto alla libertà di opinione e di espressione non è sufficiente a garantirne l'inviolabilità, anzi. Una cosa, però, è cercare l'anonimato per fare una denuncia che potrebbe costare una grave ritorsione, un'altra per lasciare un commento su un blog, partecipare a un forum o a un social network o per tenere un blog.
In quest'ultimo caso in particolare, l'intenzione è, evidentemente, proprio quella di rendere nota la propria opinione a un pubblico potenzialmente vastissimo, e mi sembra puerile voler mantenere la riservatezza. Se si vuole tenere un diario riservato, tanto vale non renderlo pubblico.
Se, invece, si desidera far conoscere il proprio pensiero, rivendicarne la paternità ne rafforza l'impatto e se, poi, i contenuti del blog hanno pretese di un certo livello, restare anonimi è addirittura irriguardoso proprio verso coloro ai quali si desidera farlo arrivare.
Il solo fatto, quindi, che l'Internet si fondi sull'anonimato tecnico non dovrebbe autorizzare nessuno a servirsene per godere di una qualche impunità, compresa quella che deriva dall'abuso della libertà di espressione.
La Rete è un sistema sociale difendibile fintanto che ogni utente riconosce il dovere di responsabilità individuale per garantire il rispetto degli altri utenti che ne fanno parte, e la responsabilità individuale richiede identità e riconoscibilità.
Ciò di cui proprio non abbiamo bisogno è l'impunità che deriva dalla possibilità di assumere comportamenti che potrebbero comportare anche solo il disprezzo altrui senza subirne le conseguenze.
Sostenere che cosa si dice, purché rilevante e non offensivo, sia più importante di chi lo dice è un modo di giustificare il desiderio e il tentativo di sottrarsi a questa responsabilità.
Il messaggio è importante quanto il messaggero, specie se questo, presso la comunità cui vorrebbe far credere di appartenere non solo non è accreditato ma non è considerato nemmeno alla stregua di un parvenu.
Se, invece, il messaggero è personaggio di rilievo, specie all'interno di una comunità scientifica pertinente, restare nell'ombra è davvero volgare.
Firmandosi si offre la possibilità di verificare la propria identità e le proprie credenziali.
Insinuare che «dalla comunicazione in Internet andrebbe escluso chi per natura non è egocentrico ed esibizionista» è un modo volgare di travisare il pensiero altrui, peraltro inespresso, per alimentare l'idea di avere a che fare con un idiota o, peggio, con una specie di ottuso liberticida per il semplice fatto di voler trovare a tutti i costi un'espressione in contrasto con il proprio sentire e le proprie aspettative. Come se poi fosse possibile riassumere l'intero pensiero di un individuo su un argomento da un commento o due lasciati su un blog o due.
Evidentemente, pochezza, ignoranza, supponenza e mancanza di educazione non sono casuali.
Prima dell'avvento del cosiddetto Web 2.0, trovare strumenti e spazi per far circolare il proprio pensiero era a dir poco improbo, e la cosa escludeva comunque, categoricamente, che ci si potesse nascondere dietro l'anonimato: uno pseudonimo non era certo una garanzia in tal senso. Perfino Luther Blisset o Wu Ming sono tutt'altro che pseudonimi di copertura.
L'anonimato non permette, poi, di sottrarsi davvero al destino di essere seguiti e giudicati per quel che si scrive, giacché se questo non ci rappresenta per ciò che siamo o siamo stati forse non ci rappresenta nemmeno per quel che pensiamo e allora non è poi così interessante, anzi.
Se devo comprare un libro o un disco, vedere un film o assistere a uno spettacolo teatrale mi affiderò all'autore, al suo nome e, quindi, al suo pensiero e al suo passato per come li ho conosciuti.
Il titolo che ho scelto per questo post è Fatto personale perché scrivo solo per me. Non disprezzo coloro che vogliono servirsi della scrittura, della lettura, della Rete, della musica e di tutto ciò che possono per evadere «dalla vita reale, che così com'è non è detto ci soddisfi in pieno».
Semplicemente, sono un orso irsuto e scontroso, che non ci tiene a mostrarsi diverso da quello che è, e non vedo perché dovrei impegnarmi per individuare l'identità di qualcuno che ci tiene a restare anonimo: lo ignoro o, se penso che sia in malafede, non ho problemi a trasformarmi in quello che i seguaci del guru di turno non esiterebbero a definire, temendolo, un troll.
L'anonimato, vero o fittizio, è una corazza, senza la quale si tacerebbe? Può darsi. Anzi, se sentirsi protetti permette di dedicarsi a un'attività "terapeutica", ben venga; ma non mi interessa, e troverei ipocrita non dirlo, come trovo ipocrita chiunque si serva dell'anonimato per fare scienza e filosofia a buon mercato, soddisfacendo il proprio ego.
Del resto, credo proprio siano pochi i frequentatori di blog anonimi ad avere interesse a discutere per conoscere e capire; credo che i più si servano della condiscendenza offerta per poter dire ciò da cui altrimenti si asterrebbero e leggere ciò che appaga le loro deboli coscienze.
A costoro non interessa l'identità dell'oracolo e degli occasionali interlocutori.
Non temo le mie opinioni; semmai, visti i tempi, temo per la mia libertà di continuare a esprimerle. Per questo motivo cerco di non restare anonimo (a meno che non mi mascheri da troll, nel qual caso sono costretto a ricorrere all'anonimato per violare comportamenti che non approvo) e chiedo a coloro che passano di qui e vogliono lasciare un commento di sapere chi sono.