Finora siamo stati di manica fin troppo larga. (Silvio Berlusconi)
L'ineffabile prof. Aldo Grasso scrive sul Corsera che "La nostra è un'università di massa non fondata sul merito", e fin qui...
L'affermazione, invece, che "i professori siano dei lavativi e raccomandati" è una colossale idiozia, se non altro perché fa di tutt'erba un fascio, e riguarderebbe, quindi, lo stesso prof. Grasso. Alla faccia delle scienze della comunicazione.
Il prof. Grasso, però, non si ferma qui e prosegue affermando che "è difficile lavorare con persone che, in media, non sanno scrivere una ricerca di quattro paginette". Se fosse vero, però, una qualche responsabilità anche il prof. Grasso dovrebbe pure averla.
Alcuni, del resto, sostengono, forse non proprio immotivatamente, che il calo continuo e inarrestabile delle retribuzioni medie sia conseguenza anche del modesto livello dei profili e delle capacità professionali, e che la forbice con i compensi dei manager si allarghi non per effetto dell'effettiva abilità e competenza, quanto della spregiudicatezza e del servilismo.
Tuttavia, è universalmente noto che l'Università Cattolica del Sacro Cuore, che accoglie il prof. Grasso, è del tutto immune da fenomeni di nepotismo e discriminazione, a meno che non si debba ritenere nepotismo che un consigliere di amministrazione faccia assumere la propria figlia laureata in lettere come ricercatore in medicina o sia discriminatorio richiedere, per l'ammissione, l'attestato di moralità firmato dal parroco.
Un po' di onestà intellettuale non guasterebbe ai tanti tromboni che può vantare questo paese. Le resistenze al piano europeo per l'ambiente, per esempio, tradiscono l'arretratezza complessiva del nostro apparato produttivo rispetto a quello degli altri paesi più industrializzati del continente e bisognerebbe avere il coraggio di dire apertamente che non si ha voglia di affrontare alcun tipo di investimento; non sarebbe nemmeno sorprendente per una categoria abituata ad aiutini di ogni tipo e incapace di guardare oltre il proprio naso. Del resto, per l'innovazione tecnologica bisogna essere portati.
Non c'è da meravigliarsi, allora, nemmeno che si parli continuamente di Facebook accomunando ad esso l'intero fenomeno del social networking; in fondo, sono solo chiacchiere a vanvera. E se le chiacchiere sono autorevoli?
Dopo quelli per "Marchette e social translation: cui prodest?" c'è da aspettarsi qualche commento piccato anche da Paolo C. Conti adombrando l'idea che l'articolo sui social network per la rubrica "Tecnologia & Business" sia una "marketta" mal mascherata?
Cinque anni fa, i social network c'erano già, anche se non avevano la forma e la popolarità di Facebook che, d'altronde, è nato solo nel 2004. Le "software house" che avessero cominciato adesso a interrogarsi su come «dialogare con la Facebook generation» hanno accumulato un ritardo cosmico, e quelli che pensano che per rispondere compiutamente a questa domanda ci vorrà ancora tempo non hanno capito di averne accumulato ancora di più.
Bisogna proprio ascoltare certi soloni dopo che gli "istituti di credito" per cui lavorano si sono distinti per avidità, ottusità, miopia e insipienza? Questi soloni hanno preso consapevolezza che il cliente della generazione Facebook non ama conversare con i propri fornitori in modo tradizionale: è refrattario al marketing.
Fortunatamente, Oracle ha commissionato una ricerca ad hoc dalla quale è emerso che solo il 20% dei clienti si fida dei professionisti della comunicazione. Degli allievi del prof. Grasso, cioè.
È solo un caso quindi che nell'articolo si citi una piattaforma, Oracle ovviamente, che permette di creare in breve tempo un social network.
La cosa più interessante è sapere che sarebbero tante le aziende ancora in attesa di sapere quale social network vincerà sugli altri. Magari, nel frattempo, sarà già arrivato il Web 3.0. Il prof. Grasso, però, lo si potrà ancora trovare a tessere le lodi del "Grande fratello" e dell'"Isola dei famosi".
Secondo Renato Beninatto, i traduttori sono i pilastri di un qualunque sistema di produzione di una certa importanza, ma i buoni traduttori sono pochi e saranno ancor meno in futuro. La crescita dei contenuti è inarrestabile, ma il numero dei traduttori è in calo.
Fa ovviamente piacere sentirlo dire, anche se suona un po' autoindulgente. Quello che si apprezza di più, però, è il consiglio a educare i propri pari, anziché i clienti e a tutelare il proprio lavoro. Fa piacere leggere anche che "the mistake is to accept to do tasks for free", pur di fronte a proposte che lasciano senza parole.
Tuttavia, il modello di produzione si è ormai spostato sul "one step process": niente revisione, niente controllo di qualità, niente proofreading, solo traduzione. Bisogna quindi fornire sempre il massimo ed è conveniente ottenerlo da subito.
Per il futuro si prospetta uno scenario ancora più rarefatto, con il passaggio alla virtualizzazione totale. Certo, la cosa richiede creatività e capacità di innovare, caratteristiche da sempre rare nell'industria GILT, notoriamente conservatrice. Quella Italia, poi, è praticamente cristallizzata.
Se anche Microsoft si converte al cloud computing, l'immediata, e un po' scomposta reazione di Richard Stallman alla notizia fa ritenere che a breve cambieranno molte cose anche nel modo in cui siamo abituati a percepire certi servizi.
Probabilmente il primo e più importante cambiamento si avrà nella definizione delle figure professionali. Si profila, per esempio, quella del post editor, del revisore di testi tradotti automaticamente. Alcuni, tra cui Renato, ritengono non debba avere le caratteristiche del traduttore, anche se la machine translation assumerà sempre più il ruolo che adesso è dei traduttori.