In una lettera all'amico Paolino da Nola, Sofronio Eusebio Girolamo già si lamentava dei "dilettanti", e non c'è da sorprendersi: chiunque altro doveva apparire tale a uno che aveva impiegato ventitrè anni per tradurre l'Antico Testamento.
Magari, di se stesso, Girolamo non avrebbe parlato come di un traduttore e, magari, avrebbe usato parole di fuoco per il celebrato Leonardo Bruni al quale, per un banale errore di interpretazione, si deve l'introduzione del verbo "traducere".
Magari Girolamo avrebbe tuonato anche contro quel Juvenes Translatores che grida ancora vendetta.
Sarebbe bello, però, chiedergli cosa pensa della traduzione automatica, nel giorno che gli è stato dedicato nel martirologio romano; magari anche lui, come tanti epigoni odierni, avrebbe preferito proprio il martirio all'idea stessa. Magari si sarebbe unito alla schiera dei numerologi che hanno di volta in volta individuato il demonio nell'azienda dominante.
Forse, però, troverebbe solo comodo l'ennesimo widget, di Microsoft stavolta, da inserire in una pagina Web per permettere agli utenti di tradurla, automaticamente, s'intende.
Velleità s. f. [dal lat. mediev. velleitas -atis, der. del lat. velle "volere"]. - 1. (filos.) Volontà imperfetta, e perciò inefficace e vana, o desiderio che non riesce a definirsi in volontà. 2. (estens.) Aspirazione, desiderio o proponimento esagerati e cervellotici, che non hanno effettive possibilità di realizzazione: v. giovanili, senili; v. artistiche, o letterarie; v. politiche, presidenziali, dittatoriali; v. di carriera; era una prova di più della mia incapacità, v., impotenza (A. Moravia).
Traduttori e interpreti inseguono da decenni l'istituzione dell'ordine professionale. Su questo cavallo, ormai meno di un ronzino, sono saliti in tanti e in tanti ancora provano a cavalcarlo. Il ronzino non ce la fa più e gli ambiziosi che ancora si ostinano a montarlo, spintonandosi l'un l'altro in cerca di un po' di (vana)gloria, coltivano l'illusione che li porti, prima o poi, se non a destinazione, almeno verso posizioni di un qualche prestigio. Del resto, il nostro è un paese in cui un titolo di "Presidente" non si nega a nessuno, ed è per questo che ogni tre italiani sorgono quattro partiti. Se il cadreghino da Presidente è occupato va bene anche uno da Vicepresidente.
Si osserverà che una carica, ancorché aleatoria, impegna comunque chi la ricopre a osservare dei doveri e a spendersi per coloro che rappresenta. Ma quante storie! Una carica serve ad avere qualcosa da vantare con interlocutori distratti, da far scrivere sul biglietto da visita o in nome della quale sedere al tavolo di qualche inutile quanto altisonante commissione.
Cosa c'è all'origne di questa ansiosa aspirazione per il riconoscimento professionale e l'istituzione dell'ordine? Corporativismo. Non piace il vocabolo? Sa di fascismo? Va bene protezionismo, allora? Neanche questo? E monopolio?
Gli ordini servono solo a tutelare gli interessi degli aderenti, non quelli degli utenti; sono armi "fire and forget"; come forme di corporazione, eludono la rappresentatività sindacale e garantiscono privilegi tali agli iscritti da spingerli a sostenere, anche obtorto collo, coloro che continuano a concederli.
La richiesta di istituzione dell'ordine è più forte tra coloro che esercitano attività non protette, così come le resistenze per l'abolizione degli ordini sono fortissime tra gli appartenenti ad essi. Gli ordini sono fronti di resistenza alla libera iniziativa, al mercato e alla concorrenza, parole che non si fa fatica a pronunciare, ma che richiedono ben altro sforzo per l'effettiva osservanza.
Per fare a meno degli ordini occorre dunque una forte spinta solidaristica che contrasti lo spirito di casta su cui poggiano, ma anche le attuali associazioni di categoria ne ricalcano spirito e strutture, costituite come sono per lo più come conventio ad excludendum che perseguono l'obiettivo di restringere l'accesso al mercato e governarne le dinamiche. In alcuni casi la spinta elitaria è così forte da ostacolare quello che dovrebbe essere il primo obiettivo di un'associazione di categoria, il proselitismo, perché senza numeri non c'è rappresentanza e senza rappresentanza si urla nel deserto, si soffia nel vento.