Nella sua rubrica l'Antitaliano, su L'espresso del 25 luglio, Giorgio Bocca scrive:
Per fare, non dico un giornale eccellente, un giornale da classe dirigente, ma un giornale leggibile, occorre la materia prima indispensabile, un linguaggio corretto, scolarizzato, del tipo appunto imparato sui banchi di scuola adatto a un lettore di media cultura - sopra il livello di povertà, se no che gli serve leggerlo? - cui il giornale serve come informazione su quel che accade al mondo e per dare aria nuova al cervello. Questo linguaggio scolastico è quasi scomparso, seppellito dai gerghi, dalle sigle, dalle abbreviazioni, dalle allusioni, dalle mutazioni continue degli argomenti, delle mode inventate giorno per giorno, inzeppate di parole straniere, specialistiche, professionali, da segnali grafici che messi assieme, più che a un nuovo linguaggio, assomigliano a un sistema confuso d'indicazioni stradali, in una metropoli in cui non sai bene come muoverti, dove andare.
Il maestro Manzi non c'è più, ma esprimeva l'amore per l'insegnamento di una generazione prostrata dalle angherie di un disastroso regime appena passato, dalle angosce della guerra e dalle tribolazioni del dopoguerra, ma spinta dall'entusiasmo di una vera rinascita del paese alla quale sentiva di poter concretamente partecipare.
Il nuovo conformismo ipocrita seguito all'affermazione della generazione successiva, quella di mezzo, della fantasia al potere, inchiodatasi ai posti di comando replicando le modalità di governo che aveva rimproverato a quella cui si era resa antagonista, ha portato non solo al suo ostracismo, per aver opposto il proprio rifiuto delle "schede di valutazione" sostitutive della pagella, ma al massacro di quanto l'entusiasmo del maestro Manzi e dei suoi appassionati colleghi coevi aveva prodotto.
Il disprezzo per la lingua madre, spacciato con irriverenza per superiorità e distacco, maschera, male, una banale crassa ignoranza. L'idea stessa di errore è di fatto scomparsa, per via della sua connotazione biasimevole, che richiama la nozione di castigo, diventata sospetta. Siamo o non siamo figli della cultura del peccato che sostituisce la violazione e perfino il reato e si cancella con il pentimento e il perdono?
Il senso di colpa, e la vergogna, per la propria ignoranza anziché indurre a ridurla ha portato ad esaltarla, fino al punto da considerare, oggi, normale qualsiasi deviazione; così le distorsioni lessicali mediatiche sono talmente tante che nessuno vi fa più caso.
Giorgio Bocca non è esente da responsabilità, se non altro per non aver detto le stesse cose che dice oggi quando non sarebbe stato sospettato solo di essere irrimediabilmente vecchio anche nella mente e, come tale, di vivere di ricordi, nostalgie e rimpianti.
Le masturbazioni cerebrali le lascio a chi è maturo al punto giusto
le mie canzoni voglio raccontarle a chi sa masturbarsi per il gusto
Pierangelo Bertoli
Sabato 26 luglio la Repubblica pubblica, in prima pagina, una lettera di Guido Ceronetti che così scrive:
La difficile arte di salutare gli altri
Caro direttore,
il saluto? Dico subito qual è il peggiore. Non c'è peggior modo di salutare che dire SALVE, parola che, di per sé fredda e sgraziata, viene quasi sempre gettata, più che detta, con svogliatezza e noncuranza: il "salve" esclude ogni possibile amabilità ed è significativo che sia diventato, dopo il "ciao", il saluto italiano più diffuso. Il "salve" degli ambienti giovanili e di lavoro sottintende repulsione per la socialità, l'indisponibilità al dialogo e all'amicizia, avvertendo: c'è un muro, ci vai a sbattere. Meglio ritrarsi.
Anni fa scendevo talvolta a un albergo romano a tre stelle, al Fomentano, accettabile... Un giorno fu assunto un portiere di giorno che, non ripreso dalla direzione, salutava la clientela, abitualmente, con "salve". Oltre che sgradevolmente infame, il "salve" non può essere seguito da un nome proprio senza sprofondare di più nel brutto, e il portiere ideale, in qualsiasi albergo, è quello che ti dà il buongiorno accompagnato dal nome. Buongiorno signor Tiramazza! Questo fa che il nominato Tiramazza gongoli e che l'albergo, terra dei nessuno, gli è subito reso familiare; molte paure, inerenti all'assurdità del soggiorno in camere di tutti, svaniscono...
Per evitare lo sconcertante saluto anonimo di quel portiere caricato a salve, mai più, in quell'albergo romano, ho rimesso piede. Il miglior saluto è "ciao", in lingua ancora decentemente italiana, lo segua o non il nome. Dall'eco un po' servile nell'ètimo (sciavo, schiavo, s'intende: tuo) l'origine è strapersa, e "ciao" ha il colore dell'indipendenza.
Il suo uso in lingua corrente è databile, pare, verso 1880: dunque si poteva già salutare con "Ciao Giosuè" il Carducci e con "Ciao Mimile" Emile Zola, come la chiamava la sua legittima, Alexandrine. Prima del 1922, "Ciao benito" lo poteva dire chiunque - dopo, via via, sempre meno.
Facile, del nobile linguistico, lo scadimento. Ciao è bello a patto che non sia ripetuto: ciao-ciao sfiora già il cadente è svogliato e denota, pur con le migliori intenzioni, una grande stanchezza. Il ciao ripetuto è dei moribondi, dei grandi malati, potendo è meglio astenersene. Pessimo, da evitare, da reprimere, dilagato come un male infettivo è il ciao a filza di salamini, a mitraglia, di guerrigliero, oggi usatissimo nei congedi telefonici, sia di fisso che di cellulare: "ciao ciao ciao ciao ciao...!". Di solito è affannato, nevrotico, sintomatico di qualche buco nero nascosto o dichiarato.
"Addio" ha cessato di essere un modo di salutare. Era per antonomasia il saluto epistolare, i grandi della lingua terminavano così la lettera di busta sigillata. Adesso sarebbe incongruo, ironico, accolto male. Un suicida, un condannato a morte scrivono, nei loro convulsi messaggi, come saluto supremo, "addio". La canzone degli anarchici espulsi dalla Svizzera, di Pietro Gori, famosissima, attacca e termina con addio. Dai messaggi lasciati in segreterie telefoniche o digitati nei cellulari "addio" è bandito. O può sussistere come formula di rottura. Nella lingua letteraria, considerato evento in un contesto narrativo, "addio" resta vivo e pregnante.
Ma rimanda a Dio, al cui regno appartengono i morti, ed è come se a quel regno si consegnassero i vivi, quelli che oggi stanno camminando di sera lungo la via Karl Johann di Munch o sotto la porta di Brandeburgo, tutti votati Dis Manibus. Rinviare a Dio o agli Dei è, in un certo senso, come già morti salutare i vivi. C'è da riflettere sull'universale adiòs casigliano - che ha valore identico a ciao - espressione emblematica di un mondo che aveva (non so se ancora abbia, fra tante demolizioni) un legame indissolubile e una completa familiarità con la morte.
La lingua accogliendo a-Diòs già nel secolo XV (Corominas Etimologico) lo accompagnava con sii, siate (con Dio, andate con lui, etc.) in un esplicito affidamento augurale a un deus absconditus delle persone salutate, come corpi viventi da preservare e come anime di disincarnati da salvare. Il fatto che da tempo l'addio neolatino appaia neutro e al di fuori di ogni trascendenza, questa tuttavia, nella profondità d'essenza della parola rinviante a un oltre, rimane sottintesa: apri il bisillabico saluto accomiatante, ed è un giocattolo a molla a rivelarti che cosa in verità significhi dire addio.
Siamo davvero ridotti male se abbiamo bisogno di onanisti per intellettuali?