Il barbaro

Barbarus hic ego sum, quia non intelligor ulli. (Ovidio)

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Utente: muzii
Nome: Luigi Muzii

Ordinato, organizzato ed efficiente per indolenza; disciplinato, ma scettico e cocciuto; educato e disponibile, ma permaloso e suscettibile e capace di reagire sgarbatamente e con irriverenza; diffidente, scontroso, difficile, critico e perennemente insoddisfatto.
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30/06/2008

Cicero pro domo sua (prima parte)

Da "la Repubblica" di sabato 28 giugno 2008, pag. 26, "Lettere, commenti & idee":

Se si deve tagliare s'inizi dalle Università private
Paolo Bertinetti, Preside della Facoltà di Lingue dell'Università di Torino

I tagli della spesa pubblica si abbatteranno pesantemente anche sull'Università. Tutti sanno che la ricerca è alla base dello sviluppo di ogni Paese e che l'Italia dedica ad essa pochissimi fondi (è al penultimo posto tra i Paesi avanzati). Tagliare i fondi all'Università, dove si fa gran parte della ricerca, significa diminuirne ulteriormente il peso. E sarà bene ricordare che a differenza di altri Paesi, da noi il "privato" concorre alla ricerca in percentuale bassissima.

I tagli riguarderanno i fondi con i quali si pagano gli stipendi dei professori, sia degli atenei statali che privati. Ma mentre le università private, che ricevono anch'esse un ricco fondo dallo Stato, non hanno i limiti nello stabilire l'ammontare delle tasse, l'Università statale i limiti ce li ha.

Negli anni scorsi alcune "private" si sono distinte nel regalare i crediti ai loro studenti e quindi la laurea, rivelando come la loro superiorità (con un paio di eccezioni) sia una leggenda. Se il ministro Tremonti vuole risparmiare tagliando, tagli quello destinato alle università private. Certamente non dovrebbe fermarlo il fatto che alcune di esse sono vicine al Vaticano; mentre dovrebbe fargli piacere consentire al privato di dimostrare che funziona bene senza l'aiuto del pubblico.

Negli ultimi lustri sono nate piccole università in ogni angolo d'Italia, per accontentare i politici locali. Chi vive nel mondo universitario sa benissimo che molte di queste non hanno ragion d'essere e drenano enormi risorse (e il trucco che viene ora proposto di trasformarle in fondazioni le farebbe ingrassare ulteriormente).

Tagliare i fondi nella stessa percentuale a tutti, decimando le assunzioni di professori allo stesso modo in tutti gli atenei, è demagogia. I dati per tagliare ciò che non è indispensabile e salvare ciò che è necessario sono disponibili: basta volerli guardare e operare di conseguenza.

Ha ragione il professor Bertinetti a dire che "la ricerca è alla base dello sviluppo di ogni Paese", ma dimentica o finge di dimenticare che alla ricerca si può contribuire efficacemente anche con mezzi modesti, sopratutto in campo teorico.

Il professor Bertinetti dimentica o finge di dimenticare che gli atenei italiani sono tutti scomparsi da anni dalle graduatorie non solo di eccellenza, ma di buon livello, e queste sono colpe che non possono certo ascriversi alle "private".

Il professor Bertinetti dimentica o finge di dimenticare che l'accademia italiana si è distinta, negli ultimi quarant'anni, peggio ancora di quanto fece in epoche pure più difficili, per nepotismo e corporativismo.

Il professor Bertinetti dimentica o finge di dimenticare che gli atenei in cui la ricerca funziona sono spesso finanziati da privati perché producono risultati, non laureati.

Il professor Bertinetti dimentica o finge di dimenticare che in questi atenei ricercatori, associati e ordinari di fatto non esistono, anzi, per mantenere gli incarichi devono produrre ricerca e risultati e su questa base sono sottoposti a verifiche periodiche.

Il professor Bertinetti dimentica o finge di dimenticare che nei Paesi cui appartengono questi atenei il peer review è prassi consolidata e le pubblicazioni sono soggette a vaglio severissimo, non sono strumenti per mandare avanti autentici caproni, magari a spese dell'istituto diretto dal barone di turno che desidera agevolare il proprio pupillo o la propria pupilla.

Il professor Bertinetti dimentica o finge di dimenticare che nei Paesi cui appartengono questi atenei non si distribuiscono incarichi e cadreghini di nessun valore per permettere allo schiavo di turno di accumulare titoli che altrove sarebbero solo motivo di ilarità.

Il professor Bertinetti dimentica o finge di dimenticare che nei Paesi seri, tra persone serie, il "pubblico" gode della concorrenza del "privato" perché gli permette di migliorarsi, crescere e progredire, a vantaggio della collettività. In questi paesi, il "pubblico" può anche fare a meno dell'obolo di stato.

Il professor Bertinetti dimentica o finge di dimenticare che nel nostro Paese, "pubblico" è diventato sinonimo di casta, di intoccabile, di rendita, di "culo al caldo" e, ovviamente, dimentica o finge di dimenticare anche come e perché si è giunti a questo e ne ignora o finge di ignorarne i responsabili.

Infine, il professor Bertinetti dimentica o finge di dimenticare che la situazione in cui versa l'Università italiana è figlia dell'impreparazione di quanti, invece di fare un bagno di umiltà, hanno preferito perdere l'ennesima occasione per rinnovarsi e riqualificarsi e cercato solo di perpetuare il disastroso immobilismo cui l'avevano condotta pur di non rinunciare ai loro comodi piccoli feudi.

Il professor Bertinetti, infine, deve evidentemente annoverarsi tra coloro che hanno risolto il doppio dilemma:

  1. scuola e università preparano in modo soddisfacente alla vita lavorativa?
  2. è compito della scuola e/o dell'università preparare al lavoro?

Costoro sono assolutamente certi che "l'università non produce barattoli di carne in scatola, un tot all'anno, bensì studiosi" e quindi possiamo stare tranquilli: i laureati continueranno a non soddisfare il mercato del lavoro e i migliori continueranno a lasciare il Paese per fare spazio a quelli che avranno imparato, se non altro, a non disturbare i manovratori, in attesa che giunga il loro momento, magari alla soglia della pensione, per ripetere all'infinito lo stesso schema.

Il professor Bertinetti non è uno di quei dinosauri che abitano la nostra accademia interessati a rassicurare il mercato dei docenti anziché a dare risposte al mercato della formazione universitaria, riciclando vecchie figure. Oltre che il Preside della Facoltà di Lingue dell’Università di Torino, il professor Paolo Bertinetti è professore di letteratura inglese presso la stessa facoltà ed è forse il massimo esperto italiano di Graham Greene.

Anche la sua facoltà, però, propone il solito pastone stantio, con la solita luccicante etichetta a coprire la patina polverosa del suo contenitore; è comunque in ottima compagnia, in fondo alla graduatoria delle università occidentali.

Continua...

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categorie: lingue, formazione